lunedì 28 luglio 2014

Parola... parolissima!: Veleno

Come sappiamo, i librettisti e i compositori si divertono un mondo a far morire in scena i loro protagonisti. E se l'assassino non ha voglia di sporcarsi le mani usando spade o pugnali o soffocando con cuscini o altro, quale mezzo migliore se non l'uso del veleno?
Buona parte della donizettiana "Lucrezia Borgia" si fonda sul veleno: Alfonso cerca di avvelenare Gennaro, ma Lucrezia ha il contravveleno; e quando sarà lei ad avvelenare una frotta di amici di Gennaro che l'hanno insultata, si troverà avvelenato anche lui che non vorrà un contravveleno senza condividerlo con gli amici.
"Lucrezia Borgia", nella cui epoca il veleno era evidentemente in offerta speciale, è solo il (forse) più celebre degli esempi, ma Mioli ne cita diversi altri: restando sempre tra le eroine donizettiane Fausta, Bianca d'Aquitania, Sancia di Castiglia, Pia de' Tolomei; si aggiunga Verdi, con "Luisa Miller" e Rodolfo, l'Abigaille del "Nabucco", la Leonora del "Trovatore", Simon Boccanegra; da Meyerbeer, la Selika dell'"Africaine" che aspira il veleno del fiore del manzanillo.

Esempi non risolutivi, ma comunque importanti sul piano drammaturgico, si trovano nella "Semiramide" di Rossini, nell'"Attila" di Verdi o nel "Nerone" di Mascagni.

Inoltre è nota come "aria del veleno", anche se si tratta più propriamente di una pozione, "Amour ranime mon courage" dal "Romeo et Juliette" di Gounod.






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