mercoledì 23 maggio 2012

Una voce poco fa: Impresa solitaria “Prendi il Toro per le corna” (Norma, Torino, 19-20 Maggio 2012)

Si dice che un’immagine valga mille parole e quindi, onde evitare di tediarvi con troppo dettagliate descrizioni dei miei sospirati quattro giorni di ferie, vi rifilo una manciata di fotografie per introdurre il luogo ameno.




Svolta la parte descrittiva, veniamo al sugo di tutta la storia e il sugo è la Norma, e precisamente lo spettacolo andato in scena il 20 Maggio al cospetto di Madama Armida e di una turba di attempati melomani. Attempati, sì, almeno nel mio settore, dove la profusione di canizie era tale che le mie vicine non si sono potute trattenere da eleggermi loro temporanea nipote. Queste intrepide befane (e il termine vuole essere un nome di battaglia piuttosto che una malignità, ché altrimenti le avrei chiamate “mummie”, con un tecnicismo da fuoriuscita del Museo egizio) sono state di una compagnia gradevolissima, benché con me avessero scambiato appena due o tre parole (quelle che bastavano per sentirmi dire «Signorina, Lei ha gli occhi da cantante!» Messaggio ricevuto, sarà l’ultima volta che metterò un ombretto...), ma i discorsi che hanno intrattenuto fra di loro sono stati un bel contorno all’opera seria. Un paio dei loro commenti coloriranno più avanti l’arida recensione.
Che poi, attempati. Ma spigliatissimi. Lo si è visto quando Pollione arriva in scena a Ma dì, l’amato giovane e Adalgisa lo presenta a Norma come il suo innamorato. Sarà stato il paradosso, sarà stata la maliziosità, ma ho sentito delle risatine soffocate. Meno male, ho rimuginato fra me, credevo di essere la sola a vedere il ridicolo in quel pezzo! E confesso di aver ridacchiato anch’io, ma per le altrui risate...
Avevo in pugno la città, perché è la terza volta che torno a Torino e quindi la conosco abbastanza bene, ma non avevo nemmeno pensato di guardare le foto del teatro e come fosse esteticamente. Per la verità, non volevo rovinarmi la sorpresa. Beh, dall’esterno, se non ci fossero i cartelloni coi titoli della stagione alle finestre, non l’avrei mai riconosciuto e, quando sono entrata, mi pareva di aver sbagliato ingresso ed essere finita al Grand Hotel. A momenti, mi aspettavo sbucasse l’omino dell’omonimo film con Greta Garbo e Joan Crawford ad esclamare «Grand Hotel. La gente viene. La gente va. Non succede mai nulla!».
Non ho usato il paragone con intento dispregiativo, perché c’era una tappezzeria rossa favolosa, solo che al primo impatto ho pensato con un velo di amarezza al modesto alberghetto da cui ero appena uscita... Poi, invece, mi sono ringalluzzita alla grande constatando il salto di qualità. E mi sono doppiamente ringalluzzita quando, dopo il primo atto, a luci appena accese, una delle mie befane si è girata verso di me e ha esclamato a tradimento: «Posso farle i complimenti, signorina?»
E io, presa in contropiede «A me???» (stavo ancora riflettendo su quanto mi era piaciuto il finale...)
«Lei è vestita molto bene!»
Ecco, infranta l’atmosfera... Ma a una primadonna queste cose piacciono e vi ho potuto dare il primo saggio di che gente ci fosse intorno a me. Per la serie l’opera “fu un pretesto. parlato io non avrei senza di questo!”

Ed ecco finalmente i divi:
Norma, Dimitra Theodossiou
Pollione, Marco Berti
Adalgisa, Kate Aldrich
Oroveso, Giacomo Prestia
Flavio, Gianluca Floris
Clotilde, Rachel Hauge
Orchestra e Coro del Teatro Regio
Maestro del coro, Claudio Fenoglio
Direttore, Michele Mariotti
Regia, Alberto Fassini ripresa da Vittorio Borrelli

Credo che sarò buona - ma non indulgente - con tutti, a partire dalla protagonista. A questo proposito, inizio con una citazione da una delle mie befane, che, dopo aver gridato “Brava! Brava! Brava!” con varie sfumature enfatiche ogni volta che Norma concludeva un pezzo, alla fine del primo atto mi ha fatto notare che «Eh, come si inchina lei nessuna!» Gli entusiasmi, in effetti, erano più che giustificati. Dimitra Theodossiou aveva tutte le carte in regola per riuscire bene e infatti ci ha offerto una Norma esemplare, con degli acuti un po’ “metallici”, ma curata nei particolari, trascinante nei momenti di collera (specie in Già mi pasco ne’ tuoi sguardi) e delicatissima in Casta diva e nei momenti di maggior raccoglimento e splendida nei pianissimi, con cui ha arricchito molti passaggi. Registro solo per dovere di cronaca un paio di brevissimi momenti di defaillance che nulla hanno tolto alla prova di questa grande artista.
Un po’ meno all’altezza, ma comunque non disprezzabile, mi è sembrato il Pollione di Marco Berti, spesso duro in acuto e talora poco attento all’espressione: si è mangiato parole che forse avrebbero necessitato di maggior risalto. Ho notato una mancanza di dolcezza mentre si rivolge ad Adalgisa (dov’è lo charme del bellimbusto delle Gallie?), mentre invece bisogna rilevare a suo favore che la spavalderia del personaggio ci veniva proposta intatta.

Valida l’Adalgisa di Kate Aldrich, forse un po’ distaccata ma di voce morbida e bel timbro scuro. In particolare, registro la bella commistione di voci con la protagonista nei duetti.
L’Oroveso di bianco vestito di Giacomo Prestia («Oh, che bell’uomo alto!» l’hanno approvato le mie befane quando è uscito per gli applausi) si è portato molto bene nel delineare il personaggio grave del capo dei druidi.
Complimenti anche a Gianluca Floris (Flavio) e Rachel Hauge (Clotilde), che nelle loro striminzite particine hanno dimostrato di non essere i soliti “primi due che abbiam trovato per strada”.
La direzione di Michele Mariotti (puntato da lontano dalle mie befane che, dopo accurata indagine, hanno esclamato «Ma è un bambino!») ha dato senso d’un colpo solo alle undici ore complessive di treno fra andata e ritorno e alla pioggia torrenziale che mi è stata fida compagna. Mi sono piaciuti in particolare la sinfonia e il finale del secondo atto (cioè l'inizio e la fine. Sembra fatto apposta!), dove ho colto cose mai udite e, a mio parere, azzeccatissime. Fra i due estremi, ho trovato addirittura commovente Oh rimembranza. Insomma, ogni volta che c'è il Michele, l'opera è una riscoperta.
Per concludere, una nota sulla scenografia: scene rupestri con scorci verso il cielo all'imbrunire o con la luna nuova. Le ho trovate molto suggestive.
Risultato, un'altra sfacchinata operistica azzeccata di cui sono più che soddisfatta.

P. S. Accludo in calce dei ringraziamenti che non hanno niente di niente a che vedere con questa storia, ma devo il titolo dell’impresa al breve fatterello, con cui concludo. Sì, perché quando sono uscita da teatro, sono stata travolta dai tifosi del Torino, in festa per non-mi-chiedete-che-vittoria e uno di loro mi si è avvicinato per chiedermi, nell’entusiasmo del momento, di unirmi a loro. Ovviamente, ho declinato l’invito, ma lo stemma sulla bandiera che il tale continuava a sventolarmi davanti deve essere rimasto nel mio subconscio e, dopo un giorno passato a ruminare, mi sono accorta che, anziché andare a cercare titoli improbabili come quello (orribile) che avevo in mente alla partenza, rifarmi a un modo di dire richiamando lo stemma poteva essere di qualche effetto. Perciò, come disse re Claudio, «A tutti, il nostro grazie».

2 commenti:

  1. Standing ovation per le befane compagne di loggione, mi hai fatto morir dal ridere! E grossi complimenti per la recensione! Come al solito fai vivere in differita lo spettacolo! Forza tor! XD XD XD

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    1. Grazie mille! Le befane danno sempre soddisfazione. :)

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